In questi due anni di lavoro abbiamo cercato di tenere presente gli obiettivi e gli stimoli illustrati dalla Presidente Ghisalberti nella assemblea di presentazione del nuovo mandato CROAS e sicuramente il nostro gruppo di lavoro ha nel tempo consolidato la convinzione che per “promuovere la professione, per far emergere dall’indistinto della pratica quotidiana gli elementi che qualificano e danno visibilità all’agire professionale in qualunque ambito si svolga”[1] è necessaria la  conoscenza, la partecipazione e la condivisione di prassi operative che valorizzino le competenze professionali.

Con la realizzazione di questo progetto abbiamo cercato di raccogliere dati oggettivi sulla condizione lavorativa che i professionisti assistenti sociali vivono e agiscono nella quotidianità professionale, ritenendo che una maggiore conoscenza dei contenuti emersi possa rafforzare, dare visibilità ed autorevolezza alla professione all’interno e all’esterno degli ambiti aziendali.

L’impostazione di questo lavoro ha reso possibile la creazione di connessioni stabili e scambi mirati che hanno facilitato informazioni e conoscenze utili anche alla possibile nascita di una associazione/coordinamento dei Servizi Sociali delle Aziende Ospedaliere lombarde.

L’esperienza dell’indagine ha consentito un confronto reale e approfondito sulle tematiche professionali e organizzative del Servizio Sociale professionale ospedaliero così come si presenta nella realtà lombarda.

La formula adottata di costituire due gruppi di lavoro, staff di progetto e staff di ricerca, e di formalizzare la presenza dei partecipanti alla ricerca con le Aziende di appartenenza, è risultata efficace sulla durata e tenuta nel tempo, facilitando inoltre la raccolta dei dati.

La lettura degli stessi ha messo in evidenza la diversa collocazione dei Servizi Sociali e i diversi livelli di dipendenza degli assistenti sociali: abbiamo riscontrato appartenenze a Dipartimenti Igienico Organizzativi, Unità di Psicologia Clinica, SITRA, DITRA, Dipartimento di Salute Mentale e la storica Direzione Sanitaria. Per quanto riguarda le dipendenze tecniche e funzionali troviamo assistenti sociali che dipendono organizzativamente dal coordinatore e/o dal dirigente, entrambi di formazione infermieristica.

In questo scenario la ricerca ha rilevato la “costruzione in corso” di organigrammi aziendali, con forme diversificate di dipendenza e un moltiplicarsi di appartenenze e riferimenti organizzativi che favoriscono un’identità organizzativa variegata e complessa fatta di adattamenti, prevalentemente individuali, connessi ad una dimensione professionale vissuta spesso come esperienza solitaria.

Ogni assistente sociale, in ogni Servizio Sociale, sembra confrontarsi con un’esperienza specifica soggettivo/professionale che fatica ad acquisire visibilità nel contesto organizzativo più ampio, come se l’organizzazione dell’Ente non recepisse e non avesse gli strumenti per riconoscere appieno i contenuti della specificità professionale.

Tutto ciò rappresenta un elemento confusivo e limita il processo di appartenenza, autonomia e identità professionale.

Anche la logica contrattuale non tiene conto dei percorsi fatti negli anni dalla professione sia in ambito formativo (laurea e laurea specialistica) che organizzativo professionale (ordine professionale), nonostante vi siano le premesse per istituire, nelle Aziende Ospedaliere, una struttura organizzativa professionalmente autonoma diretta da un assistente sociale.

Sicuramente la disinformazione gestionale e contrattuale, la non partecipazione e coinvolgimento nella politica aziendale e la tendenza autoreferenziale non consentono di affermare e difendere lo specifico professionale.

Un ulteriore elemento evidenziato da questo lavoro è la ricchezza professionale espressa in alcune aziende da protocolli, linee guida, manuali di qualità purtroppo completamente isolata da altri contesti aziendali e spesso poco conosciuta all’interno dell’ azienda stessa.

Altra variabile interessante relativa alla attività del Servizio Sociale nelle Aziende Ospedaliere è la diffusione del lavoro per progetti, sia in ambito psichiatrico che in ambito di presidio. Questi interventi garantiscono all’ospedale una presenza e, soprattutto, un pensiero sul sociale e sui fenomeni sociosanitari che del sociale sono parte ed espressione.

Ogni assistente sociale costruisce la sua storia professionale a fronte di un servizio e di una storia di servizio, nel legame con la storia di un territorio e di una realtà organizzativa; la scarsa mobilità in alcuni servizi è garanzia di continuità ma rischia di limitare apporti e conoscenze moderne in assenza di occasioni di aggiornamento.

 

Come noto, le Aziende Ospedaliere presentano una complessità organizzativa e gestionale e una realtà lavorativa in cui si intrecciano servizi ed operatori, professioni e discipline diverse, che devono rispondere ad un bisogno di salute come primaria mission aziendale.

Il Servizio Sociale presenta e propone all’interno del mondo sanitario una dimensione sociale, complementare alla cura arricchendo e completando il sistema della cura stessa, anche se spesso sperimenta una situazione di isolamento, caratterizzato a volte, da appiattimento e confusione riguardo alla propria collocazione.

Se è vero che i principi ispiratori della riforma del sistema sanitario pubblico sono basati su valori fondamentali quali l’equità, la solidarietà e il rispetto della dignità umana in grado di garantire l’uguaglianza nell’accesso ai servizi sanitari centrati sulla persona, è vero anche che gli stessi principi, assunti dai piani organizzativi aziendali, sono fondamento della metodologia dell’intervento nel Servizio Sociale. È anche per questo che il Servizio Sociale nella Azienda Ospedaliera risulta essere un valore aggiunto.

L’intervento sociale è in sinergia con il progetto di salute che deve tenere conto dell’attivazione di risorse interne ed esterne all’ospedale o al servizio psichiatrico, tenendo al centro la persona fragile e il suo benessere complessivo; obiettivi che rendono necessari processi di comprensione tra servizi e professionisti e il riconoscimento e l’uso di codici (verbali e non verbali, formali ed informali) che consentono uno scambio e una progettualità comune. Ci si trova a connettere ed integrare, come sempre accade nella nostra professione, il lavoro con/per l’organizzazione e il lavoro con/per le persone, ma in una cornice di riferimento prevalentemente sanitaria che orienta i percorsi professionali, la raccolta di dati e informazioni, i progetti d’intervento.

Quando Il bisogno di cura della persona che si rivolge all’ospedale, così come ad un servizio psichiatrico, richiede l’intervento dell’assistente sociale, questi attraverso la ricostruzione del quadro familiare ed ambientale del soggetto sofferente configura la rete formale ed informale implicata nella cura, determinando i presupposti per un intervento socio-sanitario reale.

L’indagine ha segnalato e rilevato ancora alcuni aspetti legati alla dimensione più strettamente professionale e identitaria del lavoro del Servizio Sociale in Azienda ovvero il tentativo e la consuetudine professionale di modellare interventi e progetti di lavoro tenendo conto delle strutture organizzative e di servizio diverse per mission, per storia, per riferimenti legislativi. Lavorando in presidio, lavorando in psichiatria, ci si confronta con storie di servizio, modelli culturali, consuetudini operative che si sono formate e costituite nel tempo, in ambiti ed esperienze professionali diverse.

Cultura e identità professionale sono concetti dinamici, in continua evoluzione aperti a spazi di ricerca ed esplorazione soprattutto in area sociale: dal punto di vista professionale si può pensare alla grande opportunità di riconoscersi come soggetti attivi e interattivi di un gruppo professionale con una propria storia, cultura, esperienza, in parte comune e in parte diversa.

La trasformazione degli ospedali in aziende ha modificato un sistema del quale anche gli assistenti sociali devono essere consapevoli se vogliono considerarsi soggetti integrati in un percorso di cambiamento senza rinunciare al proprio sistema valoriale di riferimento.

Il concetto di “famiglia professionale” consente l’uso di una metafora per chiarire le dinamiche di identità e appartenenza specifiche di chi opera professionalmente anche in Azienda Ospedaliera. Gli assistenti sociali hanno lo stesso “cognome”, gli stessi “indirizzi”, condividono modelli di base e riferimenti operativi; ciò che si diversifica e cambia è il “nome”: l’identità soggettiva che si modula su esperienza e appartenenza individuale ad uno specifico servizio.

Fuor di metafora, ci si può riconoscere della stessa famiglia professionale ed aziendale, pur riconoscendo le diversità di azioni e di progetti. Le linee di tendenza, di azione, di sviluppo professionale suggeriscono di riconoscere, formare e costruire sistemi esperti d’identità professionale.

Il “noi” professione, ovvero riconoscersi in un unico gruppo professionale, presidio e psichiatria, è un nodo critico, tema cruciale di modelli culturali diversi e poco confrontati, ma anche grande risorsa e potenziale ricchezza a fronte di identità organizzative ancora fragili e in cerca di consolidamento.

Una licenza provocatoria suggerisce l’immagine che esperti del lavoro di rete non pensino di promuovere una rete tesa ad una azione di empowerment della professione.

Ora l’auspicio è che, attraverso suggerimenti, proposte e partecipazione dei colleghi e dei dirigenti aziendali, si possa prospettare un modello organizzativo che riconosca e valorizzi la complessa e qualificata attività che gli assistenti sociali svolgono nelle Aziende Ospedaliere promuovendo, nel rispetto dei diversi ambiti di operatività, il senso di appartenenza ad un servizio unico aziendale: un servizio che costituisca “elemento concreto di umanizzazione, senza per questo contravvenire alle esigenze dell’istituzione stessa, anzi esaltandone le finalità valoriali di cura e riabilitazione che consentono al cittadino ricoverato[2] di ritornare nel proprio contesto di vita con il supporto del sistema organizzato dei servizi sociosanitari” [3].

[1] Renata Ghisalberti “Relazione introduttiva – linee programmatiche mandato consiliare 2005/2009” Milano, 14 ottobre 2006

[2] Nel nostro caso sarebbe più appropriato parlare non tanto di cittadino ricoverato, ma piuttosto di persona in trattamento.

[3] Caprini Chiara (2005) “Servizio sociale e salute” in Dal Pra Ponticelli Maria (diretto da) (2005) Dizionario di Servizio Sociale Carocci Faber, Roma, p.623